Noi e gli “States”

D’accordo, prima vengono Germania e Francia. Ed è naturale, considerando la prossimità geografica. Ma subito dopo ci sono loro, gli Stati Uniti, terzo mercato di sbocco per il nostro export. Ma Washington per noi italiani non è solo questo. Dalla fine dell’800 milioni di nostri connazionali hanno scelto di emigrare oltreatlantico per sfuggire alla povertà, cercare un nuovo inizio, provare a ripartire. Trend che prosegue, con proporzioni ovviamente diverse, anche oggi, considerando che gli Stati Uniti rappresentano ancora la settima maggiore meta per gli italiani che decidono di espatriare.  Per le aziende, in particolare dello stile, del design e dell’alimentare, New York è inoltre la piazza principale al mondo con cui è necessario confrontarsi, luogo in cui i brand del made in Italy cercano una vetrina globale per farsi conoscere e per vendere. Ecco, secondo i dati della Farnesina, il numero degli italiani (espatriati) residenti a New York

L’Italia a stelle e strisce è tutto questo: aziende di origine italiana diventati marchi globali;  brand del made in Italy che si sono affermati nel lusso, nello, stile, nel design; punti di ristoro e di vendita di prodotti alimentari che vanno ben oltre Lombardi’s, prima pizzeria italiana aperta a New York nel 1905; imprenditori, manager, professionisti, ricercatori e artisti che si sono affermati oltreatlantico.

Dal punto di vista economico l’importanza di Washington per il nostro paese è anzitutto nei flussi commerciali, in ciò che riusciamo ad esportare lì. Mentre svalutazioni e tensioni geo-politiche frenano la domanda interna in numerosi paesi extra-Ue, dalla Russia all’India, dal Giappone alla Turchia, Washington procede imperterrita negli acquisti di Made in Italy, con un balzo di quasi otto punti nel mese di maggio, del 6,2% nei primi cinque mesi dell’anno. 

Maggiori commesse che tra gennaio e maggio per le aziende italiane valgono quasi 700 milioni di euro in più.
Il saldo commerciale continua ad essere a nostro favore e gli Stati Uniti offrono il maggior contributo alla “causa”. L’avanzo commerciale nel solo mese di maggio sfiora i due miliardi di euro, eliminando Washington dal calcolo il saldo nazionale per i paesi extra-Ue verrebbe quasi azzerato.

Risultati ancora più significativi, quelli del Made in Italy, se si considerano le condizioni di partenza non particolarmente vantaggiose, con l’euro pericolosamente vicino alla soglia di 1,40 rispetto al dollaro, livello ritenuto critico dai nostri imprenditori, una soglia oltre la quale fare offerte competitive diventa difficile. Condizioni che al momento non frenano in modo evidente il made in Italy, capace di posizionarsi mediamente nella fascia alta di mercato (moda, design, mobili, agroalimentare) oppure, come nel caso della meccanica, di presidiare nicchie particolari offrendo prodotti altamente customizzati e dunque non facilmente aggredibili i dalla concorrenza.

E proprio in tema di meccanica, la nuova politica industriale di Obama, tesa al recupero della manifattura interna, offre una sponda rilevante ai produttori italiani di macchinari, che infatti vedono negli Stati Uniti uno dei principali mercati di sbocco. Nel 2013 le vendite italiane di robot negli Usa sono balzate di quasi 10 punti, consolidando con 254 milioni di euro di export il secondo posto alle spalle della Cina ma ben oltre la quota raggiunta dalla Germania. Tendenza che prosegue anche ques’anno, come testimonia il balzo degli ordini di macchine utensili di Washington: un rialzo del 9,8% ad aprile che riguarda ovviamente anche i costruttori italiani.

L’Italia a stelle e strisce è anche questo. Imprese che possono continuare a produrre in Italia grazie al traino degli Stati Uniti, e che anzi traggono proprio dall’attività realizzata in Italia un elemento distintivo, un punto di forza che in terra statunitense vale miliardi di euro di vendite. Ventisette lo scorso anno. Con la certezza che nel 2014 saranno senz’altro di più.