Quanto vale il libero scambio

Quando si è trattato di esprimere una preferenza sulla “casella” italiana nella nuova Commissione europea, Confindustria non ha avuto dubbi: Commercio Estero. Un ruolo considerato importante in assoluto ma che nei prossimi mesi sarà ancora più rilevante alla luce delle trattative avviate tra Europa e Stati Uniti per la definizione di un accordo di libero scambio. Intesa che se raggiunta rappresenterebbe una svolta storica e un’opportunità rilevante per le nostre imprese.

Le due aree valgono circa la metà del Pil mondiale e quasi un terzo dei flussi commerciali e dunque un accordo aprirebbe la strada non solo ad un aumento dell’interscambio ma anche alla definizione di standard e procedure comuni in grado di influenzare a cascata le scelte di altri paesi.

Il tema è complicato dalla presenza di diversi  ostacoli.
Da un lato vi sono le barriere tariffarie, che però impattano in modo pesante solo su una piccola parte del made in Italy. Confindustria stima infatti che delle 350 voci che costituiscono l’80% dell’export nazionale 325 siano a dazio zero o inferiore al 10%.
Eccezioni rilevanti ci sono per alcuni settori dell’abbigliamento, per le calzature, per alcuni prodotti alimentari come formaggi e pomodori.
Ma il nodo maggiore è altrove.
L’export verso gli Usa è infatti frenato in particolare da una serie di barriere non tariffarie legate a procedure, divergenze regolamentari, richieste di test stringenti, standard diversi in termini di conformità tecnica salute ,sicurezza e lavoro. Ostacoli rilevanti, tanto alti da essere equiparati per alcuni settori  ad un dazio diretto superiore al 50% del valore del prodotto.
L’analisi di impatto effettuata dalla Commissione Ue ha ipotizzato uno scenario ideale in cui si verifichino le seguenti condizioni
Liberalizzazione tariffaria 100%
Riduzione del 25% delle barriere non tariffarie
Riduzione del 25% delle barriere nei servizi
Liberalizzazione del 50% degli appalti pubblici
Questo scenario, nel periodo 2017-2027, porterebbe in Europa una crescita aggiuntiva del Pil pari allo 0,48% all’anno, con un export europeo verso gli Usa che per effetto di questi interventi aumenterebbe del 28%.
La complessità del negoziato è anche legata agli interessi in parte divergenti tra i diversi stati europei. Per l’Italia, in particolare, è cruciale ottenere aperture e facilitazioni nel settore agroalimentare, con l’obiettivo di arrivare al riconoscimento delle Indicazioni Geografiche dei prodotti, uno dei possibili antidoti al fenomeno dell’italian sounding, prodotti che evocano in modo ingannevole una presunta provenienza italiana.