Fabrizio Ferri: negli Usa l’imprenditore è aiutato, in Italia è un nemico

“Ho ricevuto un premio dalla città di New York per avere contribuito a riqualificare l’area di Meatpacking grazie all’apertura del Superstudio. A Milano ho fatto lo stesso ma

Fabrizio Ferri, negli Usa dal 2003

Fabrizio Ferri, negli Usa dal 2003

non ho avuto alcuna gratificazione”. Vita densa di esperienze diverse quella di Fabrizio Ferri, classe 1952 e un’attività professionale focalizzata sulla fotografia ma aperta a molto altro: palestre, ristoranti, ruoli da regista, aziende agricole.

Imprenditore versatile in Italia per molti anni, nel 1975 comincia a lavorare anche negli Stati Uniti dove, dopo aver fondato un’attività imprenditoriale nel 1991,  si trasferisce stabilmente nel 2003. “Qui è tutto più mobile. Se un’impresa va bene cresce e si sviluppa. Se va male chiude e riapre con un modello nuovo”. La sua idea innovativa a New York – un grande spazio da utilizzare per set fotografici, riprese, eventi all’interno di un’area dedicata al commercio della carne e spesso mal frequentata – ha contribuito a trasformare la zona: oggi giovane e dinamica, piena di negozi alla moda e di palazzi in costruzione. Prima di New York, però, Ferri aveva avuto la stessa idea a Milano, portando moda e pubblicità nella zona di Porta Genova grazie alla creazione del Superstudio. Progetto italiano ormai abbandonato insieme ad altri business. “Il sistema non era sostenibile, non potevo gestire gli affari perché strangolato dalla burocrazia e dalle norme incomprensibili. Qui, invece, il sistema ti sostiene con

"La morte di un'impresa è un fatto fisiologico"

“La morte di un’impresa è un fatto fisiologico”

regole semplici ma rispettate da tutti e paghi le tasse volentieri. Anche perché vedi subito dove vanno a finire i soldi”. Ferri, tra i grandi della fotografia internazionale, ha lavorato con i divi di tutto il mondo, da Madonna a Beyoncé, da Sophia Loren a Monica Bellucci, da Pavarotti a Sting; collabora con le maggiori riviste globali di moda e stile che spesso ospitano in copertina i suoi ritratti.  Nel suo studio, nel Meatpacking district di Manhattan,  ci racconta dei fisiologici alti e bassi dei suoi affari e della diversa struttura nel mercato del lavoro. “Ho gente che lavora con me da vent’anni e questo perché condivido con i miei collaboratori i momenti buoni e quelli meno brillanti. Quando va bene riesco a premiarli, ma quando va male tutti si adeguano alla nuova situazione e si adattano a uno stipendio più basso. Nel nostro Paese non sarebbe possibile perché manca completamente la flessibilità e in generale l’imprenditore che punta al “profitto” viene visto come un nemico. Anche i pagamenti sono un dramma: io in Italia ormai lavoro solo se mi pagano in anticipo”.

Intervista, immagini, riprese, grafiche, post-produzione di Rosalba Reggio e Luca Orlando